Maggio 1997: nel Regno Unito i laburisti di Tony Blair mettono fine al dominio conservatore che durava da 18 anni, il Borussia Dortmund vince per la prima volta la Champions League, al cinema escono Il Mondo Perduto: Jurassic Park, Austin Powers: Il Controspione, Due Padri di Troppo, Ecstasy Generation, e Prove Apparenti, e in radio risuona Men in Black di Will Smith:

Nel frattempo, i campioni in WWF sono:

Campione WWF: Undertaker

Campione Intercontinentale: Owen Hart

Campioni di coppia: Owen Hart & British Bulldog

Campione Europeo: British Bulldog

Alleati, volenti o nolenti

Con Brian Pillman appena tornato ma non ancora in grado di lottare, e un Bret Hart che si sarebbe dovuto prendere una pausa per ristabilirsi dagli attacchi di “Stone Cold” Steve Austin, la Hart Foundation si ritrovò con British Bulldog e il nuovissimo campione Intercontinentale Owen Hart come unici membri pronti a combattere, e per aggiungere nuove forze, la dinastia anglo-canadese aveva pensato bene di richiamare Jim “The Anvil” Neidhart, che aveva fatto la storia della divisione di coppia proprio con il cognato Bret anni prima, allargando la Hart Foundation a 5 membri.

Ora che la Hart Foundation era riuscita in meno di un mese a monopolizzare la scena titolata della WWF tenendo in contemporanea titolo Intercontinentale, Europeo, e di coppia, il gruppo era in una posizione di forza, e dopo Steve Austin avrebbero dato una lezione anche al loro nemico n.2 (se non addirittura n.1), ossia Shawn Michaels.

Il gruppo a RAW cercò Michaels per tutta l’arena invano, dai bagni degli uomini agli spogliatoi, e persino sotto i camion di produzione, ma l’Heartbreak Kid non aveva intenzione di nascondersi, e si presentò direttamente nel ring, per affrontare chiunque sotto la luce del sole ed evitare colpi alle spalle. Shawn Michaels ne approfittò anche per rispondere alla domanda che tutti si facevano, ossia quando sarebbe finalmente tornato a combattere, dichiarando che il suo ritorno ufficiale sarebbe avvenuto il mese successivo a King of the Ring! Bret Hart si presentò in collegamento dal TitanTron, invitando Shawn Michaels ad anticipare il suo rientro nel ring ed affrontare quella sera stessa Jim Neidhart.

Bret Hart invita Shawn Michaels ad affrontare Jim Neidhart

Ma ovviamente a presentarsi per affrontare L’Heartbreak Kid non fu solo Neidhart, ma anche Owen Hart & British Bulldog, lasciando Michaels in inferiorità numerica. Ma se c’erano dei nemici che la Hart Foundation si era fatta oltre a Steve Austin e Michaels, quelli erano sicuramente i Legion of Doom, ancora bruciati dalla sconfitta rimediata ad In Your House, che accorsero nel ring per aiutare Michaels. L‘Heartbreak Kid, infuriato, si precipitò nel backstage con una sedia alla ricerca di Bret Hart, braccandolo come loro stessi avevano fatto con lui a inizio puntata, ma a proteggere  l’Hitman c’erano Brian Pillman e Neidhart appena tornato nel backstage, e Michaels si ritrovò ancora una volta solo contro tutti. Ma stavolta ad aiutarlo ci fu il sorprendente aiuto di Austin, che per la prima volta ricambiò il favore aiutando Shawn Michaels a sua volta, dopo essere stato salvato proprio da lui in più occasioni.

A fine serata la situazione degenerò ulteriormente quando, alla fine di un match tra Steve Austin e British Bulldog, ci fu una maxi rissa tra tutta la Hart Foundation e Austin, Michaels, e i Legion of Doom. Ma a spostare gli equilibri ci pensò l’arrivo di Undertaker, intenzionato a farla pagare ad Owen Hart per avergli rubato la cintura la settimana prima, e dopo aver fatto piazza pulita sul ring rimasero solo il “Deadman” e Steve Austin, che in vista di In Your House si lasciarono andare in una rissa talmente violenta che fu necessario l’intervento di una schiera di arbitri per sedarli.

Uno alla volta

Dopo l’aiuto avuto dai Legion of Doom a WrestleMania 13, Ahmed Johnson tornò ad affrontare la Nation of Domination con le sue sole forze, accettando la sfida di Faarooq ad affrontare tutti i suoi membri in un Gauntlet match al prossimo In Your House. Crush stesso si ritrovò ad affrontare un Gauntlet match a RAW a sua volta per dimostrare a Johnson “come si faceva”, ma dopo aver facilmente schienato i primi due wrestler (dei jobber senza pretese) arrivò un terzo atleta, stavolta più massiccio e mascherato, che con tutta la sua furia colpì Crush con la Pearl River Plunge, la mossa finale di Ahmed Johnson, per schienarlo a terra e vincere il match. Com’era facile intuire, sotto la maschera si celava Ahmed Johnson stesso, che mandò un messaggio non da poco alla Nation of Domination in vista del loro match!

Un Ahmed Johnson mascherato schiena Crush!

Chi è davvero Goldust?

Dopo un 1996 dove aveva dominato la scena da campione Intercontinentale, Goldust si era visto coinvolgere in una faida con Hunter Hearst Helmsley che gli aveva attirato addosso le simpatie dei fan, cosa impensabile fino a pochi mesi prima, e Jim Ross pensò bene di far conoscere ai fan chi si celasse dietro il bizzarro personaggio di Goldust tramite una serie di interviste in borghese mandate in onda su RAW. Il pubblico conobbe così il lato umano di Goldust, e la sua vera personalità, che altri non era che un uomo che aveva già lottato in WWF col suo vero nome, Dustin Runnels, figlio del leggendario “American Dream” Dusty Rhodes, che tutti ricordavano per aver lottato accanto a suo padre contro Ted DiBiase e Virgil all’inizio del 1991.

Da wrestler di seconda generazione, Dustin dichiarò di aver sempre idolatrato il padre, ma anche che il suo cognome era diventato talmente ingombrante da tarpargli le ali ed essere visto solo come il “figlio di Dusty Rhodes”. E proprio per questo Dustin creò Goldust: un personaggio talmente controverso, ambiguo e mai visto prima che nessuno lo avrebbe più visto allo stesso modo, che tutti dicevano non avrebbe funzionato, ma che invece riuscì perfettamente nel suo intento… far parlare di sé e creare la propria eredità, invece di seguire quella del padre. Un personaggio di cui, come amava ripetere da ormai più di un anno come catchphrase, “nessuno avrebbe dimenticato il nome”.

Goldust e Marlena non sono altro che Dustin Runnels (figlio di Dusty Rhodes) e sua moglie Terri

Nella stessa intervista, Dustin presentò anche Marlena per quello che in realtà era sempre stata: non solo la sua manager, ma sua moglie Terri, con cui aveva addirittura una bellissima bambina, facendo ulteriormente luce sull’uomo che si celava dietro Goldust. L’interesse suscitato da queste interviste su chi fossero nella vita reale le superstar WWF spinsero Jim Ross a continuare, e il prossimo sarebbe stato il più grande enigma della WWF: Mankind.

 11/5/1997 – In Your House: A Cold Day In Hell

Dal Richmond Coliseum di Richmond, Virginia, iniziò In Your House, e dopo un match di apertura tra Hunter Hearst Helmsley e Flash Funk ne seguì uno tra Rocky Maivia e Mankind, senza una paida dietro, ma che aveva parecchi significati per il povero Maivia: il giovane figlio di Rocky Johnson aveva ormai perso tutto il supporto dei fan. Dal suo debutto alle Survivor Series, la sua era stata un’ascesa mai vista prima, con una lunga striscia di imbattibilità e la conquista del titolo Intercontinentale a febbraio a soli 24 anni (che lo rese il più giovane campione della storia del titolo) dopo appena 3 mesi di esperienza in WWF, e neanche un anno nel wrestling in generale. Nonostante questo, non aveva fatto breccia nel cuore dei fan, che vedevano in lui un atleta come tanti, che sapeva solo sorridere, senza un particolare carisma e che aveva solo avuto la fortuna di essere un raccomandato, che gli permetteva di ricevere più opportunità rispetto ad atleti più meritevoli in virtù del nome di suo padre e di suo nonno.

Neanche contro Mankind Rocky Maivia trova il supporto del pubblico

Dopo aver incassato fischi e cori come “Rocky sucks!” e “Die, Rocky, die!” dal pubblico delle arene, ed esultanze alla sua perdita del titolo Intercontinentale contro il più meritevole Owen Hart, ora Maivia si ritrovò i fan ad esultare persino della sua sconfitta contro Mankind, che era notoriamente una delle superstar più odiate della federazione. Che il figlio di Rocky Johnson fosse effettivamente materiale da WWF, o solo un grande raccomandato senza particolare talento, era una domanda che i fan si facevano da mesi.

Non mancò invece il sostegno per Ahmed Johnson nel suo ennesimo scontro con la Nation of Domination, stavolta letteralmente da solo contro tutti i membri in un Gauntlet match. Il primo a rappresentare la Nation fu Crush, e anche stavolta Johnson riuscì a schienarlo senza problemi come fatto nell’ultimo RAW. Seguì poi Savio Vega, che fu eliminato per squalifica dopo aver colpito con una sedia Johnson, indebolendolo notevolmente in vista del prossimo e ultimo membro: il leader Faarooq. Johnson affrontò la sua nemesi ancora provato dai colpi di sedia di Vega, che lo portarono a subire, ma non a demordere. Johnson trovò la forza di colpire Faarooq con la Pearl River Plunge, da cui incredibilmente Faarooq, ancora troppo “fresco” uscì, diventando il primo a riuscirci. Faarooq colpì poi Johnson con la sua Dominator per il 3 vincente, e sconfiggere finalmente Johnson in modo rilevante dopo mesi di sconfitte.

Faarooq ottiene la prima vittoria su Ahmed Johnson in PPV

Fu poi il momento del No Holds Barred match tra Vader e Ken Shamrock, un match che dalle premesse si presentava come quello potenzialmente più violento e intenso. L’incontro rispettò le previsioni, e Shamrock a dispetto della poca esperienza in WWF se la batté alla pari col mastodontico avversario, tanto da rompergli il naso e trionfare per sottomissione con una Ankle Lock, con cui divenne il primo in WWF a far cedere Vader!

Arrivò poi il momento del main event: Undertaker vs “Stone Cold” Steve Austin per il titolo WWF. I due non era la prima volta che si affrontavano in un match singolo, ma mai con così tanto in palio prima d’ora. Austin tornava a competere per il titolo dopo il main event di Final Four a febbraio, e si era dimostrato una delle poche superstar a poter affrontare il Becchino senza la minima paura. Come era facile prevedere, l’intera Hart Foundation si presentò per assistere al match, e per evitare che l’arbitro potesse cacciarli, si erano adoperati comprando 5 biglietti per la prima fila a bordo ring da liberi cittadini. Fu una distrazione non da poco per Austin, che appena li vide sedere smise di preoccuparsi di Undertaker per avventarsi su Owen Hart, prima che Undertaker arrivasse per ricordargli che era lui e soltanto lui quello che doveva affrontare.

“Stone Cold” si batté con coraggio e a viso aperto, e proprio quando sembrava che stesse per vincere, Brian Pillman si sporse e suonò la campana prematuramente, distraendo Austin, che dopo dovette soccombere alla Tombstone Piledriver. Dopo la vittoria di Undertaker i due si ritrovarono circondati in poco tempo da tutta la Hart Foundation, prima di essere costretti alla fuga da Steve Austin, che prese le stampelle di Bret Hart come arma.

RAW is WAR

Stessa causa, nessuna unione

Furioso per la sconfitta influenzata dalla Hart Foundation, il giorno dopo a RAW “Stone Cold” Steve Austin si presentò nel ring per commentare quanto accaduto, dichiarando che, per quanto il modo più veloce di uccidere un serpente (la Hart Foundation) fosse tagliargli la testa (Bret Hart), lui avrebbe fatto l’opposto… concentrandosi invece “sul culo del serpente”, ossia Brian Pillman, con cui non scorreva buon sangue da quando Austin gli ruppe la caviglia a novembre. Più tardi quella sera, Bret Hart si presentò nel ring con la sua sedia a rotelle, invitando Shawn Michaels ad un confronto tra loro due e nessun’altro, con la promessa che il resto della Hart Foundation non sarebbe intervenuta.

L’Hitman mantenne la promessa, e Michaels si presentò per quello che fu un confronto decisamente inusuale: l’Heartbreak Kid, che con il microfono era sempre stato uno showman spigliato, stavolta non spiccicò una singola parola in tutto il confronto, lasciando parlare solo Bret Hart, e limitandosi a guardarlo fisso tutto il tempo, con uno sguardo tra il cagnesco e il glaciale. Se persino Shawn Michaels preferiva un freddo silenzio di sfida al trash talking, la situazione era davvero personale!

Bret Hart definì Shawn Michaels un degenerato, e lo accusò ancora una volta di aver finto un infortunio a febbraio pur di non affrontarlo a WrestleMania 13: unica versa spiegazione possibile al perché, a distanza di 14 mesi dal loro leggendario Iron Man match di WrestleMania XII, non si fossero praticamente più affrontati.  Sapendo di essere “intoccabile” per la sua condizione (la sedia a rotelle provava che Bret Hart non era ancora in grado di combattere per i medici) l’Hitman ci andò giù pesante con altre illazioni, alzandosi anche dalla sedia a mò di sfida, finché Michaels, per nulla intenerito, non lo rimise a sedere con un’improvvisa Sweet Chin Music!

La Hart Foundation si precipitò per farla pagare a Michaels nel modo più brutale: gettandolo dalla rampa d’ingresso elevata dello stage! A salvarlo, arrivò però Steve Austin, che si sdebitò nuovamente per tutte le volte che era stato Michaels a salvare lui. Ma, come “Stone Cold” ci tenne a precisare la settimana dopo, a farlo accorrere non era stato il suo buon cuore, ma l’odio per la famiglia Hart, e che di Shawn Michaels gli fregava meno di zero. L’Heartbreak Kid rispose dicendo che l’ultima persona che aveva bisogno di aiuto era proprio lui, che era stato 3 volte campione del mondo e che volava ad altezze impensabili tra scale e gabbie d’acciaio molto prima che arrivasse Steve Austin. Nonostante lottassero per la stessa causa non c’era il minimo feeling tra i due, e fiutando questo la Hart Foundation si collegò dal Titantron per sfidare i due ad un match la settimana successiva contro Owen Hart & British Bulldog per i loro titoli di coppia, certi che la loro disfunzionalità e la tipica mancanza di “valori familiari” degli americani gli avrebbero regalato una vittoria facile. I due accettarono la sfida, ma non di lottare insieme, promettendo che si sarebbero presentati con dei partner scelti esclusivamente da loro!

Ma Bret Hart puntava ancora più in alto, e sfidò a King of the Ring Shawn Michaels per la tanto agognata rivincita tra i due, con una stipulazione speciale così invitante per cui non poteva più nascondersi: se non avesse battuto Michaels in meno di 10 minuti, non avrebbe mai più lottato sul suolo americano! Come Michaels (in collegamento dal Titantron) ci tenne a sottolineare, Bret Hart non era stato in grado di batterlo a WrestleMania XII neanche in 60 minuti, figurarsi in meno di 10, sfottendo l’Hitman su quanto non potesse concludere nulla che durasse 10 minuti neanche nei suoi “giorni assolati” (in inglese “sunny days”), una frase apparentemente innocua ma che nascondeva molto dietro. Ovviamente i fan non lo sapevano, ma dietro le quinte Shawn Michaels e Sunny nell’anno precedente avevano avuto una focosa relazione per parecchi mesi. Sunny aveva una cotta per Michaels da quando aveva 13 anni, mentre l’Heartbreak Kid, beh… era pur sempre il Ragazzo Spezzacuori, che tra i due nascesse qualcosa era inevitabile.

Sunny chiede l’autografo a un giovane Shawn Michaels

La storia tra i due fu strettamente sessuale, senza un vero legame, ma abbastanza personale da non far andare giù a Michaels la sua fine: i due smisero di andare a letto insieme quando l’Heartbreak Kid iniziò a sospettare di un rapporto simile tra Sunny e il suo odiato Bret Hart. Sia Sunny che Bret (che era sposato e con figli) negarono sempre la loro storia, ma Michaels ne era talmente convinto da scoprire il vaso di Pandora. Essendo avvenuto dietro le quinte, del triangolo Michaels/Sunny/Bret i fan ne vennero a conoscenza solo tanti anni dopo, ma diede tutt’altro senso dietro quell’apparentemente innocuo “sunny days” pronunciato dall’Heartbreak Kid. La quasi impossibile sfida di Bret Hart era stata ufficialmente lanciata!

Dal momento che non volevano collaborare insieme, Shawn Michaels e Steve Austin si scelsero i rispettivi partner per affrontare la Hart Foundation, e l’Heartbreak Kid scelse Ken Shamrock, mentre per Austin -che non era proprio la persona più raccomandabile da avere- fu più difficile trovare qualcuno, tanto che alla fine scelse… l’ex manager Harvey Wippleman, troppo timoroso per dirgli di no, e dopo aver scartato la candidatura di Brooklyn Brawler!

Alla fine però il Presidente WWF Gorilla Monsoon decise diversamente: Austin e Michaels avrebbero fatto bene a mettere da parte le loro antipatie reciproche, perché ufficializzò il match contro Owen Hart & British Bulldog, che gli piacesse o no! Con queste premesse, Steve Austin e Shawn Michaels dovettero per forza seppellire l’ascia e combattere fianco a fianco, assecondando anche la richiesta dei Legion of Doom di concedergli un match per le cinture in caso fossero diventati campioni. Ma ce l’avrebbero fatta a combattere senza prima scannarsi tra loro?

Nonostante la scarsa unità d’intenti dei due, e nonostante Shawn Michaels avesse anticipato di un mese il suo ritorno alla lotta, i due texani al suono della campana mostrarono totale collaborazione, e ruscirino a vincere il match e porre fine al regno di Owen Hart & British Bulldog che durava da ben 9 mesi! Furiosi, i due attaccarono Shawn Michaels insieme a Pillman e Jim Neidhart, con Austin che non prestò il minimo aiuto al partner, giusto per sottolineare quanto poco gli importasse di Michaels, preferendo avventasi su Bret Hart, che stava osservando tutto dalla rampa d’ingresso, colpendogli più volte il ginocchio già infortunato in precedenza!

Oltre ad essere spogliati delle cinture di coppia la Hart Foundation subì altri brutti colpi: anche se Brian Pillman tornò a lottare dimostrandosi ormai completamente guarito dall’infortunio, Owen Hart rimediò una cocente sconfitta contro Bob Holly (idolo di casa, in quanto la puntata si svolse nella sua Mobile, Alabama) in un match fortunatamente senza titolo in palio, mentre le condizioni del ginocchio di Bret Hart dopo l’attacco di Steve Austin tornarono critiche. Forse il gruppo stava mostrando i primi cedimenti…

Il segreto di Undertaker

Dopo aver difeso il titolo contro Mankind e “Stone Cold” Steve Austin, Undertaker si vide assegnare d’ufficio un nuovo contendente n.1 per l’imminente King of the Ring: Faarooq, fresco di vittoria su Ahmed Johnson.

Faarooq è il nuovo contendente al titolo WWF

L’opportunità era troppo grande per essere sprecata, la più grande della sua carriera, pertanto Faarooq optò per un rinnovo della Nation of Domination con l’eliminazione immediata degli anelli deboli del gruppo. I primi indiziati furono inevitabilmente i PG-13 (il duo di rapper che accompagnava tutte le entrate della Nation), raramente decisivi e mai impiegati per combattere. Faarooq gli diede l’opportunità di provare il loro valore mandandoli contro i Legion of Doom, che però si sbarazzarono dei PG-13 senza difficoltà, sancendo di fatto la loro uscita dalla Nation per sempre.

Per Faarooq questa fu anche un’opportunità per andare avanti nella sua missione di giustizia per la comunità afroamericana, portata avanti anche con la Nation: se avesse vinto il titolo infatti, sarebbe stato il primo campione WWF afroamericano di sempre; un possibile primato che Faarooq ci teneva a evidenziare, per sottolineare quanto la sua comunità nella WWF fosse sempre stata esclusa dai giri che contano. Lo stesso Faarooq in WCW (dove aveva lottato con il suo vero nome, Ron Simmons) aveva vinto il titolo mondiale 5 anni prima, diventando il primo campione mondiale nero della storia del wrestling. Se c’era qualcuno che poteva bissare questo storico successo era proprio lui, e invitò l’intera comunità afroamericana a supportarlo per una causa più grande, includendo anche la sua nemesi Ahmed Johnson, che però si rifiutò categoricamente di parteggiare per Faarooq nonostante la sua auto-proclamazione di rappresentante di tutta comunità nera.

Questa “compassione” di Faarooq per gli atleti afroamericani colpì anche Rocky Maivia che, dopo aver perso un match proprio contro Faarooq, si vide salvare da un pestaggio della Nation proprio dal suo leader, che ordinò ai suoi di non infierire più sui fratelli neri, avversari o meno che fossero. Del resto il padre di Maivia, Rocky Johnson, era stato -insieme a Tony Atlas- il primo nero a vincere una cintura in WWF, dunque se c’era qulcuno che poteva “capire” la sua battaglia era proprio lui.

Faarooq ordina alla Nation of Domination di risparmiare Rocky Maivia

In questo processo di “rinascita” della Nation of Domination, Farooq decise di promuovere un membro che era sempre rimasto nell’ombra, ma in realtà presente da tantissimi mesi: D’Lo Brown, che era sempre apparso in borghese con un completo elegante insieme all’avvocato della Nation Clarence Mason, senza mai far presagire nulla della sua qualifica di wrestler, così nell’ombra che i commentatori neanche ne conoscevano il nome. Ma ora era tempo che la Nation mostrasse i muscoli più di prima, e D’Lo Brown non tradì le aspettative di Faarooq, marchiando il suo debutto in-ring con uno schiacciante successo su Bob Holly. Ma Faarooq non era l’unico problema che tormentava Undertaker: tornò infatti a farsi vedere Paul Bearer, in quella che fu la sua prima apparizione da quando Undertaker gli aveva bruciato il volto con una palla di fuoco a Revenge of the ‘Taker, e affiancato dal solito Mankind tornò con il volto completamente fasciato per le ustioni.

Ma Bearer tornò anche con delle sconvolgenti dichiarazioni: il fuoco, che aveva sfigurato il suo volto, e legato per anni la sua vita a quella di Undertaker, lo aveva “illuminato” su cosa fare, e così Bearer decise di dare ad Undertaker un ultimatum… se il “Deadman” non fosse tornato sotto i suoi servizi manageriali, lui avrebbe rivelato al mondo il suo più grande segreto, un segreto che solo lui e Undertaker conoscevano, e che aveva giurato di tenere nascosto tanti anni prima davanti alla tomba dei genitori di Undertaker, quando fu costretto a seppellirli. Ma di che segreto parlava Bearer? Lui e Undertaker erano legati praticamente da sempre, eppure la natura stessa del loro rapporto era avvolta nel mistero sin dall’inizio, persino la rivelazione che Bearer conoscesse i genitori di Undertaker (e che li avesse addirittura seppelliti) fu la prima luce sulla “vita privata” del “Deadman” dopo 7 anni di terrore in WWF.

La settimana dopo Undertaker si fece intervistare nel ring, e che si trattasse di qualcosa di estremamente serio lo si intuì dalla risposta di Undertaker, vaga e che cercava di guadagnare tempo, impreparato ad uno scenario del genere. Bearer apparì in collegamento sul Titantron, interrompendo ogni replica di Undertaker con altre minacce relative al suo segreto e facendo apparire il “Deadman” per la prima volta fragile, insicuro, spaventato, e così… umano. Il Becchino chiese altro tempo per riflettere, rimandando al RAW successivo la risposta all’ultimatum di Bearer.

Undertaker chiede a Paul Bearer più tempo

La settimana successiva Bearer tornò a mostrare il volto, seppur ancora parzialmente fasciato; la situazione era talmente seria che Paul Bearer preferì appare “fuori dal personaggio” e con il suo vero aspetto senza le vistose occhiaie e i caratteristici baffi, senza la solita pelle pallida, e con il suo vero colore di capelli, rossicci invece che neri, e per mettere pressione ad Undertaker, si presentò nel ring per fare luce sul “grande segreto” di cui parlava, e che avrebbe obbligato Undertaker a prostrarsi in ginocchio come neanche giganti, guerrieri e immortali lo avevano mai costretto a fare (riferendosi ad André the Giant, Hulk Hogan e Ultimate Warrior). Bearer raccontò al pubblico di quando lui stesso, quando tanti anni prima esercitava la professione di becchino, ebbe il compito di seppellire i genitori di Undertaker, e di come quel giorno le tombe scavate non furono due… ma tre!

Paul Bearer appare per la prima volta senza trucco… e con una verità sconvolgente!

Prima che Bearer potesse andare avanti nel racconto e svelare di chi fu la terza tomba, Undertaker si precipitò con foga davanti a Bearer, stringendogli il collo e sottolineare quanto lo odiasse, per poi… mollare la presa e inginocchiarsi davanti a Bearer! Paul Bearer aveva ragione: il segreto custodito era davvero così grande da costringere persino Undertaker a cedere, e ora i due sarebbero tornati a collaborare insieme, seppur con un Undertaker per nulla entusiasta e tenuto in ostaggio da chissà quale grande segreto.

L’uomo dietro la maschera, ancora di più

Il primo round dell’imminente King of the Ring fu tra Hunter Hearst Helmsley e Ahmed Johnson, che avanzò vincendo il match per squalifica dopo essere stato colpito da una sedia da Chyna. Ma Helmsley trovò il (meschino) modo di avere un’altra opportunità, lamentandosi di non essere stato istruito dall’arbitro sulle regole del torneo che prevedevano l’eliminazione tramite squalifica, minacciando la WWF di azioni legali. Per evitare polemiche, la WWF gli diede il posto di Vader, costretto a rinunciare a causa della rottura del naso rimediata contro Ken Shamrock ad In Your House, nei quarti di finale del torneo contro Crush.

Chyna è sempre pronta ad aiutare Hunter Hearst Helmsley

Helmsley vinse a causa di un maldestro intervento di Savio Vega nel cercare di aiutare il partner della Nation of Domination, che causò nuovi attriti tra i due che solo Faarooq riuscì a placare. Ora che competeva per il titolo mondiale Faarooq aveva bisogno della Nation più che mai, e non poteva permettersi certe faide interne. Helmsley si guadagnò la semifinale proprio contro l’uomo che lo aveva “eliminato”, cioè Ahmed Johnson, mentre per l’altra semifinale si qualificò anche Jerry Lawler battendo Goldust, che da poco si era rivelato per chi era davvero.

E dopo Goldust continuò il “viaggio” di Jim Ross nella vita privata delle superstar WWF, e il suo prossimo ospite sarebbe stato il più grande enigma della WWF, Mankind, sulla quale le domande abbondavano: perché godeva così tanto nel farsi del male? Cosa aveva spinto un uomo a fare uno stile di vita così autodistruttivo? Tutte domande a cui Jim Ross e Mankind risposero insieme in delle interviste mandate in onda a RAW. Già il mese prima i fan avevano conosciuto Mankind in una veste più “umana”, prima venendo a conoscenza che avesse moglie e figli, e poi vedendolo senza maschera a In Your House, piccoli spiragli dell’approfondimento che mostrò l’umanità della creatura più bizzarra della WWF. Mankind in realtà si chiamava Mick Foley, e sin dall’infanzia aveva sempre fatto il ruolo dell’underdog e dello “strano”, partendo da cose semplici come interpretare gli indiani nel classico gioco tra indiani e cowboy durante l’infanzia, al provare piacere nel dolore fisico per la prima volta quando da piccolo, per sbaglio, gli fu spaccato il labbro mentre giocava a palla… l’inizio di un processo di autodistruzione che avrebbe lasciato vistose cicatrici anche nel Mick Foley adulto.

Mankind raccontò a Ross un aneddoto che lo descriveva in pieno: un giorno si ritrovò lanciati addosso dei vermi per umiliarlo, e lui, per dimostrare come nessuno potesse ferire il suo orgoglio, ne afferrò uno per metterselo in bocca per provocare e disgustare i bulli che glieli avevano lanciati. Questo era Mankind: un uomo con così tanto orgoglio da abbracciare con gioia le avversità, come il dolore fisico e le umiliazioni, e farne uno stile di vita senza mai lamentarsi, per dimostrare quanto nulla potesse abbatterlo finché fosse ancora in vita. Parlando di come fosse nata la sua vocazione per il wrestling, Mankind tornò a un momento ben preciso, quando aveva 16 anni: era ottobre 1983, quando assistette in prima fila ad uno show della WWF al Madison Square Garden, e vedendo lo storico volo dalla cima della gabbia di “Superfly” Jimmy Snuka durante il suo celebre Steel Cage match contro Don Muraco, decise che quella era la sua vocazione… sentir intonare il suo nome per un atto tanto coraggioso quanto suicida.

Il momento in cui Mick foley vide il suo futuro

Da lì, il giovane Mick Foley intraprese la strada del wrestling amatoriale con i suoi amici, creandosi un alter ego di nome Dude Love, un hippie eccentrico dal sex appeal che in gioventù aveva sempre sognato di avere. Già in una serie di filmini dell’epoca mandati in onda a RAW, si potè ammirare la propensione suicida di Foley che arrivava, nei panni di Dude Love, a gettarsi sull’avversario di turno dal tetto di un garage pur senza aver mai avuto il minimo addestramento, dove prometteva scherzosamente che un giorno  avrebbe vinto il titolo mondiale WWF.

Mick Foley nei panni di Dudel Love, l’uomo che sognava di essere

Dopo la parentesi amatoriale con i suoi amici, Foley passò al professionismo allenandosi alla scuola di wrestling di Dominic DeNucci (ex campione di coppia WWF negli anni ‘70), che in 2 anni ne limò il talento grezzo. Ma non si sentiva ancora pronto per essere davvero Dude Love, ossia la personalità che Foley aveva sempre voluto avere, dunque ne creò un’altra, quella che racchiudeva il suo lato più sadico e autolesionista, e che ne avrebbe accompagnato la carriera per ben 11 anni: Cactus Jack, la personalità con cui seminò il terrore in Giappone, e WCW, e in ECW, che fece finalmente sentire Mick Foley, che cercava solo il suo posto nel mondo, di aver “trovato una casa”. Ma per qualsiasi approfondimento su Cactus Jack, Jim Ross rimandò alla settimana successiva.

Mankind nei panni di Cactus Jack

E a proposito di lottatori “estremi”, dopo aver dichiarato guerra alla ECW 3 mesi prima, le strade della federazione di Philadelphia e di Jerry “The King” Lawler tornarono ad incrociarsi, quando Lawler presentò a RAW un atleta che nell’ECW ci lottava, e che come lui ne riconosceva l’assoluta mancanza di talento: Rob Van Dam. Lawler mostrò grande apprezzamento davanti a questa “redenzione” dell’ex ECW, a tal punto da soprannominarlo “Mr. Monday Night” e sostenerlo nel suo primo match, vinto contro Jeff Hardy, uno dei jobber più abituali della federazione.

Rob Van Dam, il “traditore” dell’ECW

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