Giugno 1996: il Nintendo 64 e Super Mario 64 entrano in commercio, la Germania batte la Repubblica Ceca e si aggiudica l’Europeo, in Italia esplode Il Ciclone di Leonardo Pieraccioni, i Chicago Bulls vincono l’NBA, al cinema escono The Rock, The Phantom, Il Rompiscatole, Il Gobbo di Notre Dame, e Io Ballo Da Sola, mentre la canzone ufficiale di Euro 1996, Three Lions, impazza in tutta Europa:
Nel frattempo i campioni in WWF sono:
– Campione WWF: Shawn Michaels
– Campione Intercontinentale: Goldust
– Campioni di coppia: gli Smoking Gunns (Bart Gunn & Billy Gunn)
Un arbitro Perfetto
Con tante situazioni rimaste in sospeso anche dopo In Your House, King of the Ring sarebbe stata la resa dei conti per molti: da Shawn Michaels e British Bulldog, che dopo aver pareggiato avrebbero avuto un rematch, ad Undertaker e Mankind, che finalmente avrebbero avuto il loro primo vero match ufficiale dopo oltre 2 mesi di risse e attacchi a sorpresa. Ma soprattutto, sarebbe stato ovviamente teatro del King of the Ring Tournament, che si prese la maggior parte degli spazi di RAW lasciando le altre rivalità in corso più in disparte, ormai talmente durature da avere già un match previsto in PPV. Nei RAW precedenti Undertaker e Mankind si azzuffarono una sola volta, durante un match Becchino e British Bulldog, mentre proprio quest’ultimo si incrociò con Michaels in una sola occasione, quando l’Heartbreak Kid lo attaccò interrompendo una sua intervista con Jim Ross nel ring. Ma nonostante l’apparente calma, Jim Cornette con una delle sue furbate annunciò al RAW pre-PPV che era riuscito ad assicurarsi che il match tra Michaels e Bulldog vedesse… Mr. Perfect come special enforcer!

Questo non lasciava presagire nulla di buono: Mr. Perfect e Shawn Michaels non piacevano da quando si erano dati battaglia per il titolo Intercontinentale 3 anni prima, per non parlare della sua non proprio impeccabile imparzialità in ruoli del genere, come aveva già dimostrato il suo arbitraggio a WrestleMania X un paio di anni prima.
In cerca di rinascita
Nonostante la card di King of the Ring fosse già tutta decisa, nel RAW precedente arrivarono due annunci potenzialmente esplosivi: la WWF aveva ingaggiato Brian Pillman, uno dei pesi leggeri più amati, imprevedibili, e scoppiettanti d’America (nonché ex partner di “Stone Cold” Steve Austin in WCW), ma anche uno dei più controversi. Oltre che per le sue abilità nel ring infatti Pillman si era fatto notare per la sua lingua lunga e il suo spirito ribelle e anticonformista (da qui la sua fama di scheggia impazzita e il soprannome di “The Loose Cannon”), che lo aveva portato a farsi cacciare dalla WCW e a creare problemi persino in ECW, dove la tolleranza era notoriamente più alta.
Per lo meno sul piano fisico Pillman non avrebbe potuto creare più di tanti problemi, visto che si stava riprendendo da un grave infortunio. Ma considerando cosa gli era successo, si trattava comunque di un’ottima notizia: appena 2 mesi prima infatti si era schiantato contro un albero con la sua auto, cadendo in coma per settimane e subendo numerose fratture facciali. Per fortuna il destino gli evitò il peggio e i medici gli ricostruirono la faccia, dandogli una seconda possibilità, e Pillman si presentò grato e motivato, pronto a un nuovo inizio, e -forse- con un nuovo spirito meno sfrontato.

Intanto il King of the Ring procedeva, e con il doppio count out che escluse in contemporanea Goldust e Ultimate Warrior dalla competizione, Vader -l’unico ad essersi qualificato ufficialmente- accedette direttamente alle semifinali. Dopo la qualificazione di Justin Bradshaw contro Henry O. Godwinn, il terzo a qualificarsi ufficialmente fu “Stone Cold” Steve Austin, da poco orfano del suo manager Ted DiBiase e quindi bisognoso di ritagliarsi il suo spazio nella federazione da solo, che batté Bob Holly a RAW con la Million Dollar Dream che DiBiase stesso gli aveva insegnato.

Nella stessa serata Hunter Hearst Helmsley si giocò la qualificazione al torneo con il leggendario Jake “The Snake” Roberts, che nonostante le 41 primavere sulle spalle e una carriera ormai pressoché consumata, aveva ancora voglia di rimettersi in gioco e di battersi con una nuova generazione di atleti, di cui Helmsley era uno degli esponenti più promettenti. Con ben 14 anni di meno, Helmsley condusse il match la maggior parte del tempo, ma Roberts sentiva che il tempo di farsi da parte non era ancora giunto, e stringendo i denti gettò il cuore oltre l’ostacolo, resistendo a tutti i colpi subiti puntando sulla sua maggior esperienza, fino a connettere la sua DDT per la vittoria e la qualificazione.

Hunter Hearst Helmsley dopo la sconfitta con Ultimate Warrior a WrestleMania XII aveva rimediato un’altra sconfitta da una vecchia gloria, e Jake Roberts divenne improvvisamente il favorito dei fan per la vittoria finale. Un vecchio leone che non voleva arrendersi e che sapeva che questa sarebbe potuta essere la sua ultima grande opportunità in carriera.
La leggenda di Roberts nascondeva da sempre la tragedia che aveva accompagnato la sua vita: Jake era venuto alla luce dopo che suo padre, un wrestler di nome Grizzly Smith, stuprò la figlia della donna che frequentava, mettendola incinta a soli 12 anni, per poi fargli fare altri due figlie prima che compisse 17 anni (le sorelle di Roberts, di cui una finì rapita e assassinata dall’ex moglie gelosa di suo marito), sposandola solo per rendere il tutto “legittimo”. Inoltre quando i genitori si lasciarono, lui e le sue sorelle furono poi vittime di violenze sessuali della loro nuova matrigna, che minacciò di ucciderli se avessero spifferato tutto al padre, assente dalla loro vita per gli impegni col wrestling.

Una serie di tragedie che portarono Roberts a bere, fumare, e farsi di ogni tipo di droga già a 12 anni, in una spirale autodistruttiva che lo condussero più volte ad avere pensieri suicidi (e persino qualche tentativo), un dolore in cui Il wrestling, le arene piene, e le urla dei fan erano l’unico antidolorifico. Ma una volta finiti gli show, tornando alla sua vita di tutti i giorni “The Snake” riprendeva a odiarsi e a desiderare di farla finita per sempre, trovando nella droga e negli eccessi l’unico modo di rendere la sua vera vita sopportabile. L’addio alla WWF e il successivo divorzio dalla moglie non avevano fatto altro che fargli toccare il fondo.
Ma poi la rivelazione e la risalita: Roberts abbracciò la fede in Dio, trovandovi il conforto per riprendere in mano la sua vita e lasciarsi queste storie finalmente alle spalle, e come un serpente che cambia pelle rinacque come uomo. La chiamata della WWF fu un segno divino, sarebbe rinato dove tutti lo amavano di più, e avrebbe fatto tutto per sé stesso e per quanto aveva dovuto sopportare in 41 anni di dura esistenza. Per lui misurarsi con le nuove stelle e vincere il King of the Ring non sarebbe stato solo un torneo, era una vera e propria redenzione per sconfiggere i suoi demoni, per urlare al mondo che, nonostante tutti gli ostacoli, “The Snake” era pronto a rinascere. E a mordere ancora.

Ma Roberts, che avanzò anche nel turno successivo contro Justin Bradshaw, non era ovviamente l’unico atleta motivato a vincere il torneo, e col passare dei match la concorrenza si faceva sempre più agguerrita, visto che si aggiunsero Owen Hart (che batté Yokozuna in modo molto simile a quanto fatto dal fratello Bret a WrestleMania X), Marc Mero (che vinse su Skip dei Bodydonnas), e Savio Vega con una vittoria su Marty Jannetty. Successivamente, Owen venne eliminato da un Mero sempre più in rampa di lancio, guadagnandosi la semifinale a King of the Ring contro il vincitore del match tra “Stone Cold” Steve Austin e Savio Vega. Owen per la frustrazione colpì alla fine del match Mero col suo braccio ingessato, lasciandolo con un danno al collo non da poco simile a quanto fatto ad Ahmed Johnson.
Steve Austin ebbe un opportunità di rivincita enorme verso Savio Vega, colpevole di aver fatto licenziare il suo manager Ted DiBiase, e il King of the Ring poteva essere la sua unica opportunità di “sopravvivere” nella federazione senza di lui. Vega ancora una volta lo mise più volte in difficoltà andando più volte vicino alla vittoria e ad un passo da rovinargli la carriera ancora una volta. Non riuscendo a prendere il controllo del match, Austin improvvisò una nuova mossa afferrando la testa di Vega posizionato alle sue spalle, e lasciandosi cadere facendogli impattare la mascella sulla sua spalla, mettendolo KO all’istante. Fu un’intuizione vincente, e Austin si guadagnò l’accesso alle semifinali al PPV contro Marc Mero.
Fumetti violenti
Nonostante la fallita qualificazione al King of the Ring, dal suo ritorno a marzo Ultimate Warrior stava pian piano ricostruendo la sua carriera in WWF, promuovendo con l’aiuto della federazione la sua scuola di wrestling che aveva appena aperta in Arizona con una serie di spot dove il Guerriero si mostrò in borghese senza il suo classico facepaint, e diventando persino il protagonista di un fumetto scritto da lui stesso.

Jerry “The King” Lawler, essendo oltre che wrestler un apprezzato illustratore e appassionato di fumetti, dal tavolo del commento prese di mira il fumetto sostenendo che sotto la sua direzione artistica il fumetto sarebbe stato indubbiamente migliore. Le sue antipatie per Ultimate Warrior si erano manifestate anche nel match del Guerriero contro Goldust per il King of the Ring, con Lawler che sembrò pronto a colpirlo con la sedia di Marlena, per poi ricredersi per la paura alla vista di un Ultimate Warrior visibilmente irritato per aver fallito l’accesso al torneo. I due ebbero l’occasione di “chiarirsi” a RAW, con Jerry Lawler che sfruttando il suo talento artistico dipinse un quadro che raffigurava Ultimate Warrior, per poi offrirglierlo come segno di pace.

Ma Ultimate Warrior conosceva troppo bene Lawler e la sua fama di uomo meschino, e rifiutò l’offerta sostenendo che a King of the Ring Lawler sarebbe stato suo. “The King” non la prese bene, e appena si voltò colpí il Guerriero alle spalle con tutta la cornice, colpo che però l’ex campione WWF incassò come nulla fosse, mettendo in fuga un Lawler terrorizzato per quanto lo attendeva a King of the Ring, che la settimana dopo cercò di “farsi coraggio” prendendosela con il povero Aldo Montoya per fare di lui un esempio e lanciare un messaggio a Ultimate Warrior.
23/6/1996 – King of the Ring 1996

Ad aprire il PPV fu la prima semifinale del King of the Ring tra Steve Austin e Marc Mero, visibilmente indebolito dai colpi di gesso rimediati da Owen Hart a RAW, ma che trovò comunque le energie di intrattenere il pubblico con le sua manovre aeree ad alto rischio (e persino a rompere un labbro a “Stone Cold”). A spuntarla e accedere alla finale fu comunque Austin, sfruttando la stessa mossa che gli aveva assicurato la vittoria nell’ultimo RAW con Savio Vega (da quella sera ribattezzata dai commentatori Jim Ross e Vince McMahon la “Stone Cold Stunner”) sia per la sua efficacia, sia per distaccarsi dall’immagine di Ted DiBiase che gli aveva tramandato la sua mossa finale, la Million Dollar Dream, mise anche fine all’imbattibilità di Marc Mero.

Ben più difficile fu l’altra semifinale con Jake “The Snake” Roberts che, per quanto avesse mostrato un cuore e una determinazione incredibile durante il torneo, sembrava avere scarse possibilità contro la furia devastatrice di Vader. Wrestler più giovani e grossi di lui avevano fallito il compito, e l’impresa sembrava impossibile, ma “The Snake” decise di vendere comunque cara la pelle giocandosi tutte le sue carte, eseguendo una DDT dopo appena 3 minuti. Vader si aggrappò all’arbitro per evitare la DDT portandolo a terra, con l’arbitro che chiamò la squalifica! Vader era stato squalificato e Jake Roberts era in finale con Steve Austin! Vader era fuori di sé, e si sfogò su Roberts pestandolo con tanto di Vader Bomb, bollendo di rabbia mentre “The Snake” veniva portato nel backstage per accertamenti medici prima dell’imminente finale. Nonostante il rilevo di varie costole danneggiate, Roberts insistette per partecipare ugualmente alla finale; il Presidente WWF Gorilla Monsoon acconsentì, garantendogli però che se lo avesse ritenuto non più in condizioni di continuare, avrebbe fermato il match.

Con la miglior manager che potessero avere al loro fianco, gli Smoking Gunns conducevano il loro 3° regno in meno di un anno e mezzo (e con un totale di quasi 200 giorni complessivi con le cinture alla vita), confermandosi come la coppia più dominante della New Generation. A King of the Ring se la sarebbero comunque dovuta vedere contro gli ex campioni dei Godwinns in un rematch per i titoli in palio.

Poco dopo il match per i titoli di coppia, dove gli Smoking Gunns e la loro nuova manager Sunny difesero i titoli con successo dai Godwinns, desiderosi di vendetta dopo il tradimento della perfida manager, fu il momento del match tra Ultimate Warrior e Jerry Lawler. “The King” giocò ovviamente sporco appena poteva, ma furono anche gli unici momenti in cui fu in controllo del match, visto che appena Warrior prese per mano la situazione si sbarazzò di Lawler in appena 3 minuti.

Mankind e Undertaker erano finalmente pronti ad incontrarsi, e si preannunciava una guerra senza quartiere. Mankind aveva spinto Undertaker oltre i limiti, e il Becchino fu persino costretto ad attuare tattiche non proprio usuali per lui, come sfruttare Paul Bearer come distrazione per l’arbitro per colpire Mankind con una sedia. Sia Bearer che Mankind tentarono di usare l’urna del Becchino come arma: nessuno dei due aveva particolarmente a cuore la vittoria o la sconfitta, ciò che importava era solo distruggersi a vicenda, ma quando Bearer fu vicino a colpire Mankind con l’urna, colpì senza volerlo proprio la testa di Undertaker, rendendo facile per Mankind vincere il match con la solita Mandible Claw. Adesso dopo mesi di assalti si poteva dire: Mankind aveva battuto Undertaker.
Quello che inizialmente sembrava solo uno dei tanti freak affrontati in carriera dal Becchino si era rivelato essere il suo più grande spauracchio. Non curante della sua incolumità, che amava cosi tanto il dolore da esserne quasi diventato impervio, apparentemente senza paura e completamente pazzo… Mankind non solo era l’avversario che nessuno vorrebbe mai avere contro, ma era decisamente l’anti-Undertaker: l’unico a non soffrire i punti deboli che avevano reso tutti gli avversari del “Deadman” carne da macello per anni. Undertaker sin dal suo debutto era sempre stato l’avversario più temuto di tutta la federazione, che terrorizzava i suoi avversari con i suoi giochi psicologici sulla morte, ossia la cosa più temuta da tutta l’umanità; ma ora, con i suoi “Rest in peace” e le sue promesse di morte, cosa poteva contro un uomo che della morte non aveva alcuna paura? Ora il Becchino aveva davvero trovato una nemesi alla sua altezza. Qualcosa che neanche lui pensava potesse mai arrivare…

Dopo essere sopravvissuto per miracolo ad Undertaker ad In Your House, ora il campione Intercontinentale avrebbe dovuto affrontare Ahmed Johnson per il titolo, voglioso di farla pagare a Goldust per quella “respirazione bocca a bocca” avuta a RAW. Johnson esplose da subito in tutta la sua potenza, eseguendo persino un impressionante Suicide Dive oltre la terza corda, facendo prevalere il suo strapotere fisico per la maggior parte del match. Goldust riuscì a contrattaccare e persino a far perdere i sensi a Johnson con una Sleeper Hold, approfittandone per un altro bacio tramutato da respirazione bocca a bocca; essendo il gesto che aveva dato il via alla loro faida, Johnson tornò in sé pieno di rabbia, e prendendo per il collo Goldust appena si svegliò, in un gesto molto simile a quello tipico di Undertaker, fece a pezzi Goldust fino a chiudere il tutto con la Pearl River Plunge e laurearsi per la prima volta in carriera campione Intercontinentale.
Fu una vittoria che entrò negli annali, perchè oltre che essere il suo primo titolo personale in WWF, Johnson fece la storia della federazione come primo wrestler afroamericano a vincere una cintura singola (i primi in assoluto furono Tony Atlas & Rocky Johnson nel 1983, ma si trattava di titoli di coppia). C’erano stati russi, italiani, iraniani, francesi, portoricani, giapponesi, e canadesi, ma mai atleti afroamericani, un motivo d’orgoglio in più per la carriera di Johnson, celebrato negli spogliatoi sotto litri di champagne da Shawn Michaels, i Godwinns, Marc Mero e tanti altri, per festeggiare la sconfitta di una delle superstar più odiate della federazione.

Dopo un promo di presentazione ufficiale di Brian Pillman, che apparí con delle vistose stampelle, caratterizzato da una forte aggressività (Pillman usò anche la parola “bitch”, qualcosa di impensabile per la WWF all’epoca) per presentarsi al pubblico come qualcuno che si sarebbero ricordati. Poco dopo entrò Steve Austin per la finale del torneo, e dopo essersi scambiato un’occhiata di intesa con Pillman per il loro passato in WCW, attese un Jake Roberts con delle vistose fasciature alle costole.
Com’era facile immaginare, per tutto il tempo Austin attaccò Roberts senza alcuna pietà proprio lì, rendendo il tutto più un’esecuzione che un match, che durò appena 4 minuti risultando la finale del King of the Ring più breve di sempre. Roberts rifiutò ogni richiesta di mettere fine al match di Gorilla Monsoon mostrando un orgoglio più unico che raro, ma “Stone Cold” non si fece intenerire, e con una Stunner divenne il King of the Ring del 1996. Austin si diresse alla rampa d’ingresso accanto al trono per la cerimonia di incoronazione a nuovo Re della WWF per essere intervistato da Dok Hendrix, con l’opportunità di parlare con la propria voce per la prima volta dal giorno del debutto, senza Ted DiBiase a fare ancora le sue veci.
Come primo “ordine” da Re della WWF Austin chiese che la carcassa di Jake Roberts fosse rimossa dal suo ring, iniziando ad insultare e farsi beffe del percorso riabilitativo di Roberts e della sua riscoperta della fede, sottolineando quanto “The Snake” appartenesse al passato e quanto la sua fede, le sue preghiere, e i suoi sermoni alla Giovanni 3:16 non lo avessero portato da nessuna parte, mentre invece Austin 3:16 recitava che gli avesse appena fatto il culo! Come King of the Ring, Austin promise che si sarebbe preso anche il titolo WWF, che fosse di British Bulldog o Shawn Michaels poco importava, e che questo era quanto… perché lo aveva detto “Stone Cold”! Il distacco dal suo manager Ted DiBiase, una mossa finale nuova di zecca, e la vittoria al King of the Ring, di certo il giugno 1996 fu un mese che Steve Austin non avrebbe dimenticato presto. Ed era solo l’inizio, perché presto si sarebbero tutti accorti di lui.

Chi avrebbe dunque dovuto tenere Austin sui radar, Shawn Michaels o British Bulldog? La risposta sarebbe presto arrivata: era il momento del loro match per il titolo WWF! Iniziato il match la miglior notizia per Michaels fu che Mr. Perfect come special enforcer a bordo ring non si rivelò particolarmente decisivo, nonostante il giubilo del Camp Cornette all’annuncio, ma non per questo British Bulldog era meno pericoloso: l’inglese portò tutta la prima fase del match nel territorio a lui più congeniale, quello delle prese a terra e delle sottomissioni, anche se l’Heartbreak Kid si dimostrò all’altezza del compito.

Il match fu sicuramente più divertente e movimentato del loro precedente a Beware of Dog, ma una volta che Shawn Michaels venne fuori dimostrò di aver imparato dai suoi errori del loro primo scontro, e senza gli interventi del Camp Cornette schienò l’inglese dopo l’imperdonabile Sweet Chin Music, con cui si confermò campione WWF.
RAW
Tutti pazzi per Sunny
All’ultimo RAW di giugno, il primo post-King of the Ring, non successe molto, anche se il nuovo Re del Ring Steve Austin iniziò a lottare coi grandi affrontando Undertaker nel main event, seppur perdendo per squalifica a causa dell’intervento di Goldust contro il “Deadman“. La cosa più rilevante riguardò la divisione di coppia, in particolare col debutto di Cloudy, la nuova manager dei Bodydonnas. Anche se “nuova” era un eufemismo, visto che si trattava chiaramente di un uomo vestito da donna con un improbabile parrucca bionda per parodiare Sunny, sia nell’aspetto che nel nome.

Sunny continuava comunque a fare il doppio gioco, e al WWF Superstars successivo chiese persino un confronto con Phineas I. Godwinn per continuare a giocare coi suoi sentimenti. Nonostante il tradimento di Sunny per i Gunns, Phineas era ancora cotto della ragazza, e quasi non gli sembrò vero quando proprio Sunny gli chiese scusa per il suo comportamento, ammettendo di provare ancora qualcosa per lui e chiedendogli addirittura di pronunciare il fatidico “I love you” per capire se i due provassero la stessa cosa.

Ovviamente Phineas gli rivelò il suo amore con l’entusiasmo di un bambino, chiudendo gli occhi per aspettarsi un bacio, rimediando però da Sunny solo uno schiaffo e svariati insulti. Ancora una volta Sunny aveva provato gusto a spezzare il cuore del più giovane dei Godwinns, che non trattenne le lacrime, spianando la strada a Billy & Bart Gunn per assalirlo alle spalle. Non potendo vedere il loro fratello soffrire così, arrivarono Hillbilly Jim ad aiutare Phineas, facendo piazza pulita degli Smoking Gunns, lasciando poi a Phineas l’onore di vendicarsi di Sunny gettandogli addosso una secchiata di sporcizia per umiliarla davanti a tutta l’arena!




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