Marzo 1996: Mike Tyson torna campione dei pesi massimi per la prima volta dalla scarcerazione, Braveheart vince l’Oscar per Miglior Film, esce per PS1 il primo capitolo di Resident Evil, la Sindrome della Mucca Pazza viene dichiarata ufficialmente trasmissibile all’uomo, Valentino Rossi debutta al Motomondiale, su Canale 5 debutta È Un Pò Magia per Terry e Maggie, al cinema escono Fargo, Girl 6: Sesso in Linea, Ed: un Campione Per Amico, Hellraiser: La Stirpe Maledetta, e in radio risuona 1979 degli Smashing Pumpkins:
Nel frattempo i campioni in WWF sono:
– Campione WWF: Bret Hart
– Campione Intercontinentale: Goldust
– Campioni di coppia: (vacanti)
60 intensi minuti
Con l’annuncio dell’Iron Man match, Shawn Michaels e Bret Hart sarebbero diventati i primi a competere nel match da regolamento più lungo della storia della WWF. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto: match così lunghi non si vedevano dagli anni ‘70 (Bruno Sammartino aveva lottato per oltre 60 minuti in ben 5 occasioni!), ma appartenevano a un altro wrestling, più lento e meno dispersivo di quello degli anni ‘90, dunque la loro preparazione in vista del match fu un’autentica incognita. Per Michaels si prospettava dura, sarebbe stato chiamato a combattere per 60 minuti contro uno dei wrestler più esperti e decorati del business, che sul dosare il fiato e lottare più a lungo del normale ci aveva basato una carriera.

Bastava vedere i precedenti di Bret Hart per capire che dimestichezza avesse con sfide apparentemente impossibili sul piano della resistenza: l’Hitman era stato l’unico a vincere per ben 2 volte il King of the Ring, dove per definizione si dovevano lottare più match in una serata (nel 1993 sfiorò addirittura i 47 minuti di lotta totali divisi in 3 match!), vincitore della Royal Rumble nel 1994 nonostante a inizio serata avesse già combattuto per i titoli di coppia rimediando un infortunio al ginocchio, e vincitore del titolo mondiale WWF nel main event di WrestleMania X pur già combattuto contro Owen Hart per ben 20 minuti a inizio serata. Per non parlare dei due match consecutivi contro Doink e Jerry Lawler combattuti a SummerSlam 1993… insomma, battere Bret Hart sul piano della stamina era difficile, e il fatto che nessuno avesse mai combattuto prima in un match del genere non dava delle facili indicazioni da seguire per arrivare preparati al match. La WWF soddisfò la curiosità dei fan mandando a RAW dei video che mostravano il loro regime di allenamento in vista del match, addentrandosi nelle loro radici a San Antonio, Texas e Calgary, Canada.
Il titolo WWF rappresentava l’ultimo tassello mancante per consacrare definitivamente Shawn Michaels: la realizzazione di un sogno coltivato fin dall’infanzia, il traguardo di un percorso lungo 11 anni. Ormai il suo debutto in WWF risaliva a 8 anni prima, e nessuno che avesse vinto il titolo WWF ci aveva mai messo tanto per conquistarlo. Anche il suo futuro avversario Bret Hart ci aveva impiegato altrettanto tempo, ma da quando aveva iniziato la sua carriera da singolo gli ci era voluto solo un anno e mezzo, al contrario di Michaels che ormai lottava da solo da 4 anni. L’Heartbreak Kid era uno dei più grandi talenti d’America, ma a distinguere un talento da un campione era la capacità di cogliere l’attimo e capitalizzare le occasioni, cosa che invece per lui era diventata quasi una maledizione. Proprio per l’importanza del momento, Shawn Michaels decise di tornare alle origini, affidandosi ancora una volta al suo mentore di sempre, José Lothario. Fu a lui che si rivolse quando aveva 19 anni, quando in una polverosa palestra di San Antonio mosse i primi passi nel mondo del wrestling, dando inizio alla sua scalata verso l’obiettivo più grande: diventare campione mondiale. Undici anni dopo, a guidarlo verso quel possibile trionfo c’era lo stesso uomo che lo aveva formato, seguito e visto crescere. Un ritorno alle radici, per chiudere simbolicamente il cerchio.

Bret Hart non cambiò di molto la sua routine, abituato sin dalla tenera età agli allenamenti più duri del mondo, quelli dell’Hart Dungeon del padre Stu, che lo avevano già portato più volte a reggere ritmi impossibili per qualsiasi altro atleta. Bret e Michaels non ebbero quasi mai occasione di incrociarsi prima di WrestleMania, ma nonostante il difficile match in arrivo, che avrebbe necessitato di tutte le loro energie, nessuno dei due rinunciò comunque alla propria voglia di sfide, con Michaels che affrontò prima 1-2-3 Kid, e poi Leif Cassidy (da poco spalla del suo ex partner Marty Jannetty) nella sua San Antonio, approfittandone per presentare al pubblico di RAW José Lothario, mentre Bret affrontò Hunter Hearst Helmsley e Tatanka.

Le ottimali condizioni di Shawn Michaels in vista del match furono però messe in dubbio in seguito a un house show svolto al Madison Square Garden: quella sera Diesel e Shawn Michaels avrebbero dovuto affrontare in coppia i loro rispettivi avversari di WrestleMania XII Undertaker e Bret Hart, ma il match sfuggí al controllo dell’arbitro in seguito ad una rissa tra Undertaker e Diesel, dove “Big Daddy Cool” utilizzò una sedia per fare piazza pulita degli avversari. Michaels si oppose alla carneficina del suo amico, con Diesel che per tutta risposta… gli diede un colpo di sedia alle spalle! Diesel aveva appena pugnalato alle spalle il suo miglior amico, nonché l’uomo grazie alla quale era entrato nella WWF!

Diesel ormai era definitivamente partito, arrivando a un tale livello di follia da tradire anche i suoi migliori amici. Ma la sua falsa sicurezza sarebbe crollata a breve, perché Diesel si era ormai messo sul cammino di Undertaker. Durante lo svoglimento di un match tra Diesel e Barry Horowitz infatti, Paul Bearer portò a bordo ring un bara, al cui internò si rivelò esserci… Diesel stesso! Si trattava ovviamente di un manichino, ma “Big Daddy Cool” era comunque terrorizzato alla sola vista, e chiuse la bara bianco in volto, allontanandosi dal ring e chiedendosi per la prima volta in che guaio si fosse cacciato, e se quello visto nella bara non fosse… il suo futuro!

Roddy Piper torna a lottare!
Libero di Razor Ramon (sospeso dalla federazione), le voglie di Goldust non si placarono, e anzi iniziò a sfogare le sue tensioni sessuali verso il Presidente WWF “Rowdy” Roddy Piper, girando con Marlena un video all’interno di una loro ricostruzione del Piper’s Pit, giocando come sempre sulla provocazione e sui doppi sensi, ricordando quanto ai tempi lo eccitasse ammirare “Hot Rod” in kilt durante i suoi vecchi Piper’s Pit degli anni ’80.
A Piper non piacque che il suo Piper’s Pit venisse dissacrato così, e ancor meno il fatto che Goldust si rivolgesse in modo così provocatorio a lui, a maggior ragione ora che era nuovo Presidente della WWF. Tramite collegamento telefonico, Piper dichiarò a RAW che avrebbe presto “trasformato in un uomo” Goldust, usando i suoi proverbiali pugni come rimedio. Come promesso, Piper affrontò il campione Intercontinentale in un dibattito a RAW, ribadendo che lui non aveva nulla contro la sessualità di Goldust (Piper stesso si autodefiní ironicamente “una lesbica”), ma che non sopportava il modo in cui Goldust mancasse di rispetto al titolo Intercontinentale con i suoi giochi mentali, un titolo prestigioso che lui stesso aveva contribuito a rendere tale, definendo Goldust un campione indegno della cintura.

Goldust non si scompose, continuando a provocare Piper coi suoi doppi sensi come solo lui sapeva fare. Ma lo scozzese non era di certo famoso per il suo temperamento, e non esitò a mollare a Goldust un pugno che lo lasciò a terra in mezzo al ring! E non era finita, perché Roddy Piper approfittò dei suoi poteri da Presidente WWF per sancire un match tra lui e Goldust a WrestleMania XII in un Hollywood Backlot Brawl, un match senza squalifiche con ogni mezzo per vincere ammesso!

Piper sarebbe tornato dunque eccezionalmente a lottare: era la prima volta che un Presidente della WWF saliva sul ring personalmente, ma del resto era difficile immaginarsi una WrestleMania senza Roddy Piper, che nonostante il ritiro come wrestler a tempo pieno nel 1987 era ormai una costante dell’evento da anni. Lo scozzese era tornato alla X e alla XI come arbitro, ma il suo ultimo match risaliva a quasi 2 anni prima, quando affrontò Jerry “The King” Lawler a King of the Ring, ma anche lì si trattava di un wrestler semi-ritirato, mentre l’ultimo incontro con una superstar nel pieno della carriera era stato con Bret Hart 4 anni prima. Certo, Goldust non era Bret Hart, ma aveva conquistato il titolo Intercontinentale a soli 3 mesi dal debutto, e aveva sconfitto nomi affermati come Bam Bam Bigelow e Razor Ramon, dimostrando che non era solo un semplice freak.

Yokozuna vs Vader diventa un match a coppie
Il passaggio di Yokozuna da membro illustre del Camp Cornette a suo principale oppositore lo aveva portato a stringere alleanze impensabili con uomini che in passato aveva combattuto con tutto sé stesso, come ad esempio Undertaker, con cui si ritrovò a combattere fianco a fianco in un match di coppia a RAW, contro il duo formato da Owen Hart & British Bulldog. Durante il match arrivò Diesel, che dopo aver distrutto -di nuovo- la bara del “Deadman” continuò ad attaccare Undertaker sul piano personale prendendosela con Paul Bearer. Nessuno aveva mai affrontato il Becchino così a viso aperto, e Undertaker cadde nella provocazione di Diesel inseguendolo nel backstage, lasciando Yokozuna da solo in balia del Camp Cornette, a cui si era aggiunto il solito Vader.
Come già avvenuto il mese prima arrivarono Ahmed Johnson e Jake “The Snake” Roberts ad aiutare Yokozuna ed equilibrare il conflitto, confermando che ora Johnson e “The Snake” erano coinvolti tanto quanto il giapponese. Con WrestleMania XII dietro l’angolo i tre lanciarono per l’occasione una sfida al Camp Cornette in un match 3 contro 3, sfida che Cornette non esitò ad accettare, complice la sicurezza infusa dalla forza devastatrice di Vader. Il premio per la vittoria finale però sarebbe rimasto invariato: in caso di vittoria Yokozuna avrebbe ottenuto i suoi 5 minuti con Jim Cornette!

The Ringmaster diventa “Stone Cold” Steve Austin
A proposito di coppie, era iniziato ufficialmente il torneo per decretare i nuovi campioni di coppia. Tutta la divisione di coppia fu coinvolta: i Bushwackers, i Bodydonnas, i Godwinns, Savio Vega & Razor Ramon, 1-2-3 Kid & Tatanka, Barry Horowitz & Hakushi, Owen Hart & British Bulldog, e i New Rockers. I primi finalisti qualificati furono i Godwinns, mentre sull’altro lato del tabellone ci mise lo zampino The Ringmaster, che continuava a farsi strada con alcuni aggiustamenti. Oltre all’aver cambiato aspetto dal suo debutto, rasandosi la testa e facendosi crescere il pizzetto, durante un match a RAW con Savio Vega preferí farsi introdurre col suo vero nome, Steve Austin, e di integrarci anche il modo in cui Vince McMahon al tavolo del commento si riferiva al suo cuore di pietra (“stone cold”) come soprannome al posto di “Ringmaster”.

Il match tra Vega e “Stone Cold” Steve Austin, finí per doppio count out, per poi sfociare in rissa vera e propria tra i due, che non accennavano a fermarsi nonostante i richiami dell’arbitro. Savio Vega in tutta risposta infierí in un match tra Austin e Aldo Montoya, ma i due avrebbero dovuto mettere da parte presto le loro ostilità, visto che proprio Austin fu designato per essere il sostituto di Razor Ramon (sospeso dalla federazione) al fianco di Vega nel torneo per i titoli di coppia. Con riluttanza i due combatterono fianco a fianco contro i Bodydonnas, almeno finchè Austin, per nulla intenzionato a collaborare con Vega, sabotò volontariamente il match, permettendo ai Bodydonnas di accedere alla finale contro i Godwinns a WrestleMania XII. Fu un motivo di grande orgoglio per Sunny, che oltre a essere sempre più al centro dei programmi WWF ora poteva dare prova delle sue abilità di manager portando a casa le cintura di coppia, dopo essersi già guadagnata una 24 ore prima di WrestleMania XII una statuetta agli Slammy Awards, gli Oscar della WWF. Del resto, come lei stessa amava ripetere, “What Sunny wants, Sunny gets” (“Ciò che Sunny vuole, Sunny ottiene”).

31/3/1996 – WrestleMania XII

E finalmente si arrivò a WrestleMania XII, svoltasi all’Arrowhead Pond di Anaheim, California. Una WrestleMania che si preannunciava come la più “corta” di sempre, coi suoi soli 7 match annunciati apposta per consentire a Bret Hart e Shawn Michaels di lottare per 1 ora intera (praticamente 1/3 dello show). Proprio per ragioni di tempo la WWF fu costretta a tagliare la finale per i titoli di coppia tra i Godwinns e i Bodydonnas (vinta da questi ultimi), che combatterono a telecamere spente nel pre-show.

Il primo match trasmesso fu invece il 6 Men Tag Team match tra Yokozuna, Jake Roberts, e Ahmed Johnson contro il Camp Cornette. Per il team anti-Cornette fu un match pieno di significati: per Yokozuna fu l’incontro con cui avrebbe affrontato il suo passato, per Roberts il ritorno a WrestleMania dopo 4 lunghi anni, mentre per Johnson fu la prima in assoluto. Tutti e tre erano pieni di speranze e motivazioni, che però vennero spazzate via dal dominio di Vader, che chiuse il match quando colpì Roberts con la sua Vader Bomb.

Fu poi il momento dell’ Hollywood Backlot Brawl match tra “Rowdy” Roddy Piper e Goldust, dove però la cintura Intercontinentale di quest’ultimo non fu in palio. La stipulazione fu un assoluto inedito, perché prevedeva che il match iniziasse nel parcheggio dell’arena, dove Piper di fece trovare pronto con una mazza da baseball. Goldust non si fece attendere, arrivando con una Cadillac dorata: un invito a nozza per lo scozzese, che sfondò la macchina con la sua mazza!

Quanto si vide in quel parcheggio si poteva definire il primo hardcore match mai combattuto in WWF: i due usarono qualunque cosa gli capitasse come oggetto contundente, finché Goldust non tornò a bordo della Cadillac per investire Roddy Piper! Fatto il misfatto, il campione Intercontinentale se la diede a gambe in auto senza neanche accertarsi della condizioni di Piper, che si rialzò per inseguirlo con la sua Ford Bronco! A quel punto il match si trasformò in un vero e proprio inseguimento per le strade di Anaheim che sembrava uscito da un film di Michael Mann, a cui si accodò anche la polizia, con qualche reminiscenza del celebre Bronco chase tra O.J. Simpson e la polizia di 2 anni prima!

Vista la natura caotica del match, l’inseguimento venne trasmesso a più riprese, e tra un collegamento e l’altro la serata andò avanti, proponendo anche un nuovo match tra Savio Vega e “Stone Cold” Steve Austin, che vinse sul portoricano dopo averlo colpito con la Million Dollar Belt e una Million Dollar Dream finale, marchiando così con una vittoria la sua prima WrestleMania.

Ma era anche tempo dell’atteso ritorno di Ultimate Warrior! Grande era l’attesa per vedere il Guerriero confrontarsi con una nuova generazione di atleti, e la “vittima” scelta fu Hunter Hearst Helmsley, che era sempre solito entrare con bellissime e avvenenti modelle, e a WrestleMania XII non fu da meno, facendosi scortare verso il ring da una bellissima ed elegante donna bionda.

Al contrario, a Ultimate Warrior non servivano vallette o altro: bastava la sua energia e il suo carisma adrenalinico. Erano passati quasi 4 anni dalla sua ultima apparizione in WWF, e molti bambini non lo avevano mai visto lottare, ma il Guerriero scaldò comunque il pubblico come ai tempi d’oro: era carico come non mai, ed Helmsley pensò (sbagliando) che colpirlo alle spalle per prenderlo alla sprovvista fosse una buona idea, e si giocò immediatamente la sua miglior carta, il Pedigree, dopo pochi istanti. Ma il Pedigree non si rivelò altro che una mossa disperata… perché Ultimate Warrior si rialzò all’istante! Il Guerriero sembrava non aver perso smalto, e travolse Helmsley con tutta la sua furia, fino al Warrior Splash finale con cui lo schienò… dopo appena 1 minuto e 39 secondi di match!

Ultimate Warrior era davvero tornato, e la nuova generazione di atleti non sembrava affatto intimorirlo, mentre Hunter Hearst Helmsley era furioso: era stato umiliato alla sua prima WrestleMania da un uomo che non lottava da quasi 4 anni, e sfogò la sua rabbia nel backstage su “Wildman” Marc Mero, ultimo acquisto della WWF che stava facendo la sua intervista di presentazione. Helmsley se la prese con lui così come con la donna bionda che lo aveva accompagnato nel ring, ed esplose una rissa con cui Mero ebbe il suo primo “benvenuto” in WWF.

Prima del main event mancava soltanto un match, quello tra Undertaker e Diesel, che si rivelò -in attesa del main event- il miglior match della serata. I mind games di Undertaker avevano spaventato Diesel nelle settimane precedenti, ma giunti nel ring “Big Daddy Cool” fu tutt’altro che intimorito, prendendo anzi le redini del match in più occasioni. Ma come sempre Undertaker sembrava tornare dalle situazioni più disperate: Diesel lo colpì persino con 2 Jacknife Powerbomb consecutive, ma neanche quelle bastarono per schienarlo, e Diesel iniziò a sospettare che forse il Becchino aveva davvero poteri che lui neanche poteva immaginare. A vincere infatti fu Undertaker grazie alla Tombstone Piledriver, anche se pochi erano riusciti a giocarsela a viso aperto contro di lui come Diesel, che però ora non era altro che l’ultimo nome di una lunga lista di vittime.
Ora mancava solo l’Iron Man match per il titolo WWF tra Bret Hart e Shawn Michaels, che però fu anticipato da Goldust e “Rowdy” Roddy Piper, che dopo essersi inseguiti per tanto tempo tornarono nell’arena per combattere finalmente nel ring. Piper mostrò la solita grinta, e riuscì anche a spogliare Goldust, rivelando che sotto vestiva indumenti intimi da donna, ma nessuno ne sembrò troppo sorpreso! Dopo averlo spogliato e colpito con un Low Blow, un ormai chiaramente sconfitto Goldust preferì lasciare il ring con Marlena, consegnando di fatto il match a Piper, che tornò a trionfare a WrestleMania a distanza di 4 anni.

Stavolta non c’era più nulla a precedere il match per il titolo WWF (per cui tornò anche a farsi vedere il Presidente WWF Gorilla Monsoon, finalmente ristabilito dall’attacco subito da Vader 2 mesi prima), e visto quanto era speciale l’occasione, Shawn Michaels decise di fare un ingresso altrettanto speciale non entrando dallo stage ma… calandosi dal tetto dell’arena! L’Heartbreak Kid lasciò tutti a bocca aperta: sorretto da nient’altro che un filo e un’imbracatura si calò da un’altezza inaudita, che lui affrontò col suo solito sorriso sornione, come se fosse la cosa più naturale e semplice del mondo. Come sempre Michaels ostentava serenità e padronanza della situazione, e quell’entrata non era solo mirata a scaldare i fan, ma anche per lanciare un messaggio: quella sera era sicuro di sé come non mai, e non aveva paura di niente e nessuno!

Bret Hart fece invece la sua solita sobria entrata, a dimostrazione che non era solo lo scontro tra due atleti, ma tra due uomini con filosofie molto diverse riguardo l’approccio alla disciplina: da una parte il figlio prediletto del freddo Canada, introverso, schivo, disciplinato, poco appariscente ma di poche parole e tanti fatti, e dall’altra un nativo del caldo Texas, più estroverso, vanitoso, amante delle attenzioni e dello spettacolo, che adorava vivere il wrestling come il suo one man show personale, pur essendo un grande e dedito atleta a sua volta. I due non potevano essere più diversi. E con le ultime istruzioni dell’arbitro Earl Hebner, finalmente il match iniziò.

Con ben 60 minuti di match davanti a loro, come prevedibile sia Bret Hart che Shawn Michaels impostarono la loro strategia partendo con ritmi bassi, così da non disperdere energie. Fu un susseguirsi di prese articolari e prese di sottomissione, campo dove ovviamente l’Hitman era ben più esperto di Michaels, che per adattarsi ai ritmi del match dovette lottare fuori dalla sua zona comfort fatta di esplosività e mosse spettacolari, grazie anche al “ripasso” delle settimane precedenti col suo mentore José Lothario, che quella sera lo assisté da bordo ring. Passavano i minuti, ma la parola d’ordine era sempre “prudenza”: non bisognava esagerare o farsi prendere dalla fretta, perché nessuno era più abituato a lottare per così tanto tempo, ed entrambi si tennero nella fondina i loro colpi migliori, sfoderandoli anzi quando l’altro era ancora poco stordito (come quando Shawn Michaels mancò Bret Hart con la Sweet Chin Music, colpendo invece Tony Chimel dello staff, seduto accanto ai commentatori).
Alla lunga tutti e due si mostrarono persino fin troppo prudenti, con nessuno dei due capace di assestare il colpo decisivo: per la paura di disperdere energie non riuscirono a indebolirsi quanto bastava, e la prima parte del match fu comprensibilmente statica. Nonostante le fatiche accumulate, quando il match sorpassò la mezz’ora decollò veramente: a quel punto il risultato sullo 0-0 assunse un’altra valenza, e con l’avanzare dei minuti e i numeri sempre più bassi iniziò a materializzarsi la paura che -per assurdo- il tempo potesse non bastare.

La maledizione sembrava tormentare ancora Shawn Michaels, che tentò più schienamenti negli ultimi 5 minuti di quanti non ne avesse fatti per tutto il match, come fosse disperato, ma non solo Bret Hart resistette a ogni colpo, ma a meno di un minuto dalla fine riuscì a chiuderlo nella Sharpshooter! C’erano voluti 59 minuti a Bret Hart per chiudere Michaels nella sua mossa finale, ma come tutti i veri campioni l’aveva tirata fuori nel momento veramente decisivo, ad appena 30 secondi dalla conclusione del match! In un’altra occasione dopo tutto quel tempo trascorso avrebbe ceduto, ma Michaels dovette fare appello tutta quella resilienza per cui era famoso per non cedere al dolore, che venne messo a tacere solo dalla fine del match.

Assurdo ma vero: dopo 60 minuti il risultato finale era uno 0-0, e visto che si trattava di un pareggio Bret Hart era ancora campione WWF! Shawn Michaels aveva fallito l’appuntamento col destino ancora una volta, e ora WrestleMania XII sarebbe stata ricordata come l’ennesimo rimpianto della sua carriera. Esausto per il match, Bret non si mise neanche a festeggiare, dirigendosi subito negli spogliatoi, ma Gorilla Monsoon bloccò il suo rientro: l’Iron Man match era stato concepito per avere un solo e assoluto vincitore senza alcuna controversia o dubbio, e un pareggio non era contemplato… dunque il match sarebbe proseguito all’ultimo sangue, finché uno dei due non fosse stato battuto! Bret Hart era assolutamente contrario, ma sportivamente risalì sul ring per mettere fine al match una volta per tutte, mentre Shawn Michaels aveva ancora una possibilità, e stavolta non la sprecò, perché dopo appena un minuto di supplementari colpì la Sweet Chin Music per il 3 finale!

C’erano voluti 11 anni di professionismo, 8 di WWF, 4 da solista, 3 titoli Intercontinentali di mezzo, un main event di WrestleMania perso, 2 Royal Rumble vinte, 60 minuti di match, e un extra-time all’ultimo sangue, ma c’era finalmente riuscito: Shawn Michaels era per la prima volta campione WWF! Non era più una promessa non mantenuta, né un talento incapace di cogliere l’attimo, perché ora era lui in cima alla montagna, ed era lui il leader della New Generation, pronta a essere rappresentata dal suo membro più carismatico.

Shawn Michaels fu il 4° a entrare nella ristrettissima cerchia di atleti capaci di vincere tutte le principali cinture della WWF (prima di lui solo Pedro Morales, Bret Hart, e Diesel c’erano riusciti), e grazie a uno dei match più epici della storia di WrestleMania, se non addirittura il più bello di sempre sul piano strettamente tecnico. Il sogno di una vita si era finalmente realizzato, e davanti agli occhi orgogliosi del suo maestro José Lothario, che mai avrebbe pensato che un suo allievo potesse arrivare fin lì, perché il main event di WrestleMania era riservato al pantheon delle leggende, che quella sera vennero affiancate da un nuovo, esplosivo nome che infiammava le folle come pochi erano riusciti a fare




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