Gennaio 1984: inizia l’anno predetto da George Orwell, Michel Platini vince il Pallone d’Oro, la Apple presenta il suo primo Macintosh, muore il fondatore di McDonald’s Ray Kroc, i Washington Redskins vincono il Super Bowl, viene liberato Enzo Tortora, Scarface è il primo incasso nei cinema statunitensi, mentre in quelli italiani è Vacanze di Natale, nelle sale escono La Forza dell’Amore, Angel Killer, e Broadway Danny Rose, mentre i Van Halen rilasciano la loro Jump:
Nel frattempo i campioni in WWF sono:
– Campione WWE: The Iron Sheik
– Campione Intercontinentale: Don Muraco
– Campione Internazionale: Tatsumi Fujinami
– Campione mondiale di arti marziali: Antonio Inoki
– Campioni di coppia: i Soul Patrols (Rocky Johnson & Tony Atlas)
– Campione dei pesi leggeri: (vacante)
Dopo quasi 6 anni, il regno di Bob Backlund si conclude
Il 1983 della WWF si era chiuso con uno dei momenti più scioccanti della sua storia: la vittoria del titolo mondiale WWF di Iron Sheik ai danni di Bob Backlund, che perse il titolo dopo ben 2.135 giorni… quasi 6 anni! Dal febbraio 1978 Backlund aveva difeso il titolo da pezzi grossi come “Superstar” Billy Graham, George “The Animal” Steele, Ivan Koloff, Ken Patera, il campione NWA Harley Race, Don Muraco, Peter Maivia, Greg “The Hammer” Valentine, Antonio Inoki, e “Superfly” Jimmy Snuka, fino a diventare il 2° campione più regnante della ventennale storia del titolo WWF, inferiore solo ai 7 anni di Bruno Sammartino (dal 1962 al 1971), interrotti entrambi da un “invasore” nato oltre la cortina di ferro: dopo il sovietico Ivan Koloff, che strappò il titolo a Sammartino nel 1971, stavolta fu l’iraniano The Iron Sheik, tornato da poco in WWF dopo esserci già stato 4 anni prima.

Nonostante i suoi vecchi avversari fossero stati più rinomati, Backlund perse il titolo per sottomissione in circostanze decisamente sfavorevoli a causa un braccio infortunato, e neanche per sua volontà: a gettare l’asciugamano a terra in segno di resa fu infatti “The Golden Boy” Arnold Skaaland, suo manager dal 1976 (e in precedenza anche manager di Sammartino), che temette il peggio nel vedere il suo assistito intrappolato nella Camel Clutch, la devastante mossa di sottomissione di Iron Sheik da cui nessuno era mai riuscito a liberarsi sin dal suo arrivo in WWF.

Il nuovo campione iraniano, affiancato dal suo fido manager “Classy” Freddie Blassie, avrebbe comunque dovuto difendere il titolo a fine mese, in un rematch contro Backlund previsto al Madison Square Garden il 23 gennaio.
Il ritorno di Hulk Hogan cambia la storia
Per riscaldare i motori Backlund fu impegnato in un Handicap match contro il duo formato da Afa e Sika, i Wild Samoans, dove però si ritrovò costretto a chiedere aiuto dal backstage ad un partner misterioso, che si rivelò essere… Hulk Hogan! Il ritorno di Hulk Hogan in WWF fu un autentico terremoto: L’Hulkster non metteva piede in WWF da 4 anni, ma l’arena gli riservò un’ovazione come se fosse lì da sempre, perché sapevano benissimo quanto Hogan aveva fatto nei suoi anni di assenza.
Hulk Hogan aveva già brevemente militato in WWF tra il 1979 e il 1980, affrontando persino lo stesso Bob Backlund per il titolo, ma quello del primo stint era un Hogan molto diverso: un ragazzo di appena 26 anni (di cui solo 2 alle spalle tra i professionisti), inesperto, per di più heel, e dal talento ancora molto grezzo. Ma in 4 anni molte cose erano cambiate: Hogan nel 1980 era infatti emigrato in Giappone per far esperienza e migliorare la sua tecnica, raffinando il suo repertorio e guadagnandosi negli anni il rispetto del popolo nipponico (che lo soprannominò ichiban, ossia “numero uno”), alternandosi con gli Stati Uniti (dove lottò nella AWA) e aumentando la sua fama internazionale tanto da diventare uno dei wrestler più popolari del mondo, performando a cavallo tra i due continenti.
Durante la sua militanza nella NJPW di Antonio Inoki, nel 1983 Hogan vinse anche il prestigioso IWGP League, il torneo di wrestling più prestigioso di tutto il Giappone (primo americano a trionfare, e secondo gaijin dopo André the Giant nel 1982) battendo in finale contro Antonio Inoki, valido per l’assegnazione della cintura mondiale della NJPW, che ancora deteneva.

Un’ascesa di popolarità che trovò consacrazione quando venne scelto nel 1982 per aprire con Sylvester Stallone in persona la prima scena di Rocky III, a cui Hogan legò la sua immagine ancor di più iniziando a usare stabilmente Eye of the Tiger (canzone scritta proprio per il film) come musica d’ingresso.

Adesso Hogan era più maturo, preparato, e sicuro dei suoi mezzi, ma gli mancava ancora una cosa per imporsi come il wrestler n.1 al mondo: conquistare un titolo mondiale anche in America. Il suo ex avversario Backlund diede la sua benedizione al “nuovo” Hogan davanti al microfono di “Mean” Gene Okerlund, voce di tutte le interviste dell’epoca, trovando Hogan molto diverso e maturato dal ragazzo che aveva incontrato 4 anni prima, e ora avrebbe avuto un solido braccio destro per il suo rematch contro Iron Sheik.
Per Backlund arrivò però una doccia gelata: l’infortunio al braccio rimediato contro Iron Sheik continuava a farsi sentire, e l’ex campione dichiarò a Gene Okerlund con tono funereo che non sarebbe stato nelle condizioni fisiche di affrontare l’iraniano a fine mese, e che anzi si sarebbe preso un periodo di pausa per recuperare. Ma fu Gene Okerlund stesso ad annunciare il nuovo contendente n.1 al titolo WWF, che sarebbe stato… Hulk Hogan stesso!

23 gennaio 1984: inizia l’Hulkamania
Hogan era appena arrivato, ma dopo l’infortunio di Backlund la WWF cambiò volentieri le gerarchie dei contendenti al titolo in suo favore. La decisione non poteva essere più logica: l’Hulkster deteneva già un titolo mondiale in Giappone, e la sua fama mondiale lo rendeva esente da presentazioni, dunque le sue credenziali erano impeccabili. L’atmosfera del match fu elettrizzante, col Madison Square Garden che impazzì sin dalle prime note di Eye of the Tiger, esultando come non mai ad ogni movimento del baffone di Venice Beach.
Hogan dominò buona parte del match, soccombendo ad Iron Sheik giusto per un paio di minuti, ritrovandosi persino intrappolato nella Camel Clutch del campione WWF, la mossa finale di sottomissione che aveva fatto cedere persino Bob Backlund e da cui NESSUNO era mai riuscito ad uscire. Ma Hogan era una forza della natura come non la si era mai vista, e nonostante la pressione della Camel Clutch gli stesse spezzando la colonna vertebrale riuscì a rimettersi in piedi sollevando i 117 chili di Iron Sheik (!) e a rompere la mossa sbattendo il campione sul paletto, per poi colpirlo con la sua mossa finale, la mitica Leg Drop, per il conto di 3 finale. La storia era appena stata fatta: Hulk Hogan era per la prima volta campione WWF nel tempio del wrestling, il Madison Square Garden.

Dopo l’annuncio di Howard Finkel del nuovo campione, ancora in preda alla felicità sua e del MSG, Hogan andò subito negli spogliatoi a festeggiare, con Gene Okerlund pronto a immortalare la sua gioia, per poi ritrovarsi poco dopo immerso in una doccia di champagne da André the Giant, Ivan Putski, e Rocky Johnson. Una bella scena, piena di sorrisi, anche se probabilmente quella successiva fu ancor più emozionante, visto che a festeggiare con Hogan arrivarono i suoi genitori Pietro “Peter” Bollea e Ruth Moody, orgogliosi più che mai di loro figlio, perché -come annunciò Gorilla Monsoon al tavolo del commento- l’Hulkamania era appena nata!

Durato appena 28 giorni, il regno di Iron Sheik non solo fu il terzo più breve della ventennale storia del titolo WWF (dietro ai 21 di Ivan Koloff del 1971 e ai 9 di Stan Stasiak del 1973), ma l’ultimo prima della “nuova” WWF inaugurata da Hulk Hogan, il volto della nuova generazione di atleti pronti a dominare gli anni ‘80. Grosso, carismatico, mediatico, riconoscibile, celebre e rispettato nei due poli del wrestling mondiale -America e Giappone- a soli 30 anni Hulk Hogan era pronto a prendersi il mondo, portando con sé la WWF in una nuova era che avrebbe cambiato l’industria per sempre.
La situazione degli altri titoli
Ovviamente oltre al titolo mondiale la WWF deteneva molte altre cinture, alcune nate o tenute in vita grazie alla collaborazione tra WWF e NJPW, come ad esempio il titolo di Campione Mondiale di Arti Marziali (detenuto da Antonio Inoki addirittura dal 1978), la cintura dei pesi leggeri (vacante da qualche mese dopo il ritiro del suo ultimo proprietario, il primo leggendario Tiger Mask), e il titolo Internazionale (detenuto da Tatsumi Fujinami) che era addirittura la cintura più antica della federazione, essendo stata creata nel 1959 (e detenuta per primo da Antonino Rocca, il più grande wrestler italiano di sempre insieme a Bruno Sammartino).
Ma la maggior parte di queste cinture venivano difese in Giappone, e dopo quello mondiale il principale titolo singolo della federazione era indubbiamente il titolo Intercontinentale, da un anno esatto saldamente alla vita di “The Magnificent” Don Muraco (in quel momento il regno più lungo che la cintura avesse mai avuto), che negli ultimi mesi del 1983 aveva difeso la cintura in un’intensa rivalità con “Superfly” Jimmy Snuka (eletto dalla WWF “Wrestler dell’anno 1983”), culminata al Madison Square Garden in uno Steel Cage match che fece epoca, passato alla storia soprattutto per l’esecuzione della celebre Superfly Splash di Snuka eseguita dalla cima della gabbia (tra il pubblico di quella sera erano presenti dei giovanissimi Tommy Dreamer, Sandman, Bubba Ray Dudley, e Mick Foley, che dopo aver assistito a un tale spettacolo decisero di intraprendere la carriera del pro wrestling).

Muraco era tosto, abbastanza da resistere addirittura 60 minuti sul ring nel 1982 con l’allora campione WWF Bob Backlund in un match finito in pareggio, e ora sarebbe stato chiamato a difendere la sua cintura Intercontinentale contro Tito Santana, il wrestler più amato in assoluto tra la comunità ispanica, tornato in WWF da pochi mesi. Santana tentò l’assalto alla cintura al Madison Square Garden, in un match che però finì per doppia squalifica, con la conseguente conferma del titolo a Don Muraco. Ma Santana non avrebbe dovuto comunque attendere molto, visto che fu già annunciato un rematch tra i due per l’11 febbraio successivo.

Di McMahon in McMahon
E a proposito del titolo Intercontinentale, proprio l’uomo che aveva indossato la suddetta cintura per la prima volta, Pat Patterson, in quel periodo stava prendendo sempre più sul serio un ruolo che già dal 1980 ricopriva sporadicamente: quello del commentatore televisivo. Patterson andò ad affiancare al tavolo del commento un altro glorioso ex wrestler WWF, Gorilla Monsoon, ritiratosi nel 1980 dopo aver messo in palio la sua carriera in un match contro Ken Patera. Da quel momento Monsoon mantenne la promessa, lottando solo in occasioni speciali (4 match tra il 1980 e il 1983), così come mantenne la promessa Vince McMahon Jr., figlio dello storico fondatore della WWF Vince McMahon Sr. e fresco proprietario della creatura del padre dal 1982. McMahon Sr. si era infatti raccomandato col figlio di prendersi cura di tutti gli uomini che negli anni erano stati più leali e fedeli con lui, e Monsoon rientrava proprio tra questi.

La WWF era un affare di famiglia: Vince McMahon Sr. era a sua volta figlio di Jess, capostipite della famiglia McMahon nato nel 1882, imprenditore e promotore di baseball negli anni ‘10 e ‘20, e poi di boxe e wrestling dagli anni ‘30, nonché co-fondatore della Capitol Wrestling Corporation nel 1953 (la primissima versione della WWF). Vince McMahon Jr. nei programmi WWF appariva perlopiù come intervistatore e conduttore di WWF Championship of Wrestling (il principale show della federazione), e senza mai fare alcun riferimento alla sua proprietà della federazione.

Per svolgere al meglio i suoi compiti all’interno del palinsesto, McMahon Jr. confermò come presidente della WWF Hisashi Shinma, ex promoter giapponese della NJPW che ricopriva la carica addirittura dal 1978. Ma Vince McMahon Jr. aveva grandi piani per la WWF, persino più del padre: oltre che il distacco totale dall’NWA -il governo che regolava tutte le federazioni di wrestling d’America- nel 1983, e l’ingaggio dell’astro nascente Hulk Hogan, McMahon mise sotto contratto un’altra stella: “Rowdy” Roddy Piper, tosto lottatore dalle fiere origini scozzesi (motivo per cui era solito indossare orgogliosamente il tipico kilt) e dalla lingua lunga, a cui bastava mettergli in mano un microfono che diventava un fiume in piena.

La sua famigerata parlantina gli fu utile soprattutto i primi mesi, quando si limitò a fare da manager a “Dr. D” David Schultz a causa di un infortunio che gli impediva momentaneamente di lottare.
Oltre a Schultz si affrettò a ottenere i servizi manageriali di Piper anche “Mr. Wonderful” Paul Orndorff, giunto in WWF da neanche un paio di mesi, ma dal futuro assicurato: dotato di un fisico statuario, Orndorff era uno dei wrestler più promettenti d’America, e grazie ai servizi manageriali di Piper riuscì addirittura ad ottenere un opportunità titolata contro il neo campione Hulk Hogan per il mese successivo! E non era ancora finita, perché pur essendo appena arrivato Piper stava già mettendo sottosopra la federazione: la WWF all’epoca disponeva di un magazine ufficiale chiamato Victory (che quel mese cambiò nome in WWF Magazine), diretto da Robert Debor, che era anche il conduttore della versione televisiva del magazine -chiamato “Victory Corner”- un mini talk-show erede del precedente “Rogers’ Corner” condotto addirittura dal primo campione WWF della storia, “The Nature Boy” Buddy Rogers. Piper non solo riuscì a ritagliarsi una rubrica personale su Victory chiamato il “Piper’s Pit”, ma addirittura a portare il suddetto Piper’s Pit in TV… prendendo il posto del Victory Corner!
In meno di un mese Piper con il suo carisma e la sua strafottenza era riuscito ad ottenere un’opportunità titolata per il suo assistito e un talk show personale che aveva soppiantato quello ufficiale della federazione! Piper promise uno show fatto di domande scomode e grande intrattenimento, ma “Hot Rod” non era solo una boccaccia larga specializzata in trash talking e provocazioni: col suo sangue scozzese Piper era un lottatore tosto, che non aveva problemi a giocare sporco, un figlio di buona donna a cui non si dovevano mai voltare le spalle. E appena sarebbe guarito dal suo infortunio se ne sarebbero accorti tutti.
Nella terra dei giganti
La nuova WWF di Vince McMahon Jr. strappò un contratto in esclusiva col wrestler più famoso d’America, che dal 1972 nessuno era mai riuscito a battere se non per squalifica o count out: André the Giant. Il gigante francese non aveva mai vinto il titolo WWF, ma coi suoi 240 chili per 220 centimetri non aveva bisogno di una cintura nel palmarés per incutere timore. Idolo di grandi e piccini, André era un esemplare più unico che raro, un gigante buono conosciuto in tutto il pianeta: basti pensare che nel 1982 André divenne il primo gaijin di sempre a vincere il già citato IWGP League, ed era da sempre l’attrazione più ambita da tutte le federazioni del mondo, che sfornavano fior fior di quattrini per assicurarsi la presenza di André nella card dei loro show.

André non veniva né schienato né sottomesso da 12 anni, ma se c’era qualcuno che poteva batterlo, quello era l’altro gigante della WWF: Big John Studd, coi suoi 208 centimetri per 166 chili, e che al contrario di André poteva contare sull’esperienza di “Classy” Freddie Blassie, uno dei più grandi manager d’America (e già manager di Iron Sheik durante il suo regno di campione WWF), con cui aveva inaugurato una particolare sfida, la “Bodyslam Challenge”. La sfida era semplice: chiunque fosse riuscito a sollevare e schiantare a terra Big John Studd avrebbe ricevuto 10.000 dollari di ricompensa. Ovviamente fallirono tutti. Ma André sapeva di avere più forza fisica di chiunque altro e accettò la Bodyslam Challenge, sfiorando addirittura la vittoria in alcune occasioni (leggenda vuole che in un’occasione i due abbiano fatto collassare il ring
Stava per iniziare una nuova era, sia per la WWF che per il mondo del wrestling: un’era che avrebbe trasformato la federazione di Stamford in una federazione all-star, con nomi come André the Giant, Hulk Hogan, Roddy Piper, Bob Backlund, Iron Sheik, Paul Orndorff, Jimmy Snuka, Big John Studd, Sgt. Slaughter, Jesse Ventura, Don Muraco, Tito Santana, e tanti altri, pronti a portare il wrestling dove non era mai stato prima.




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